Lo stress nei bambini

Molti adulti credono che l’infanzia sia un isola felice fatta di spensieratezza e di vacanze tanto che spesso ci soffermiamo e guardare i bambini esclamando quanto segue: “ come vorrei tornare bambino/a”. Però da un po’ di tempo a questa parte, guardando sia l’utenza del mio studio che i bambini apparentemente senza problematiche, mi sto chiedendo se lo stress non faccia capolino anche nella vita dei più piccoli. 

Innanzitutto vedo sempre più spesso un non riconoscimento dell’emotività sperimentata dai bambini sia al verificarsi di eventi maggiori, che cambiano radicalmente la loro vita, o di eventi minori come un trasferimento, problemi con i compiti a scuola, il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria con un carico di responsabilità maggiori, il passaggio anche alla secondaria di primo grado, l’aver conseguito una cattiva performance sportiva, problemi con i compagni di classe etc… Come se la sofferenza di bambini sia più semplice da gestire rispetto a quella degli adulti, infatti spesso gli adulti tendono a sminuire la loro eventuale emotività.

Anche in assenza di eventi stressanti specifici i bambini vivono una situazione di vita alquanto difficile e questo per vari motivi. Qui di seguito vi elenco alcune delle motivazioni:

  1. Sono soggetti  a regole non sempre coerenti da parte dei genitori. Le regole sono importanti, ma è l’incoerenza a renderle vane;
  2. Sono spesso puniti per loro condotta scorretta, ma il bambino non capisce la motivazione della punizione e questo perché l’adulto raramente si sforza di spiegarglielo nei modi giusti per l’età del bambino;
  3. I bambini non hanno voce in capitolo rispetto alla gestione del loro tempo che diventa una infinita catena di montaggio e di incastri e ciò, purtroppo, li porta a muoversi nel mondo senza reale consapevolezza di quello che stanno facendo e soprattutto di come lo stanno facendo (cosa a cui noi adulti siamo abituati e per questo soggetti a stress)…

Tutto ciò mi ha portata ad una considerazione importante ossia “e l’aspetto ludico ?”

Oggi mettiamo i nostri figli in condizione di stressarsi anche in età abbastanza inusuale… Anche al nido (non tutti, ma molti) ancor prima di vivere lo stress e quindi l’adattamento dovuto al nuovo ambiente e a nuove persone molti genitori sono impazienti e intrepidi affinchè i propri figli comincino le famose  “attività”… a quel punto le educatrici, seppure desiderose di assecondare il normale adattamento del bambino, finiscono per assecondare questi genitori così da bombardare i bambini di stimoli anche spesso eccessivi e ciò porta i bambini a non viversi appieno per la loro età, mettendo così i bambini nella condizione di automatizzare anche ciò che in realtà dovrebbe essere gestito con consapevolezza…

Molti genitori mettono i propri figli nella condizione di essere iperstimolati e a non farli vivere anche un sano aspetto ludico con la conseguenza di bambini sempre più stressati.

Molti psicologi (APA, 2013) ritengono che i bambini de nostro tempo sono decisamente più stressati tanto che definiscono la nostra società come la “generation stress” . Infatti considerando che l’aspetto ludico passa sempre più in secondo piano a favore di un dover fare e soprattutto di un dover fare bene, non permettendo al bambino di poter sbagliare e ciò porta a far emergere uno spirito di competizione eccessivo con la conseguenza di viversi in termini di sconfitta o di vittoria.

Si passa da una eccessiva responsabilizzazione, mettendoli nella condizione di farli crescere più in fretta, ad una deresponsabilizzazione eccessiva evitando loro la sacro santa possibilità di sbagliare. Anche perché solo attraverso la possibilità di errore il bambino può andare verso uno sviluppo sano ed adeguato.

Le stesse attività extrascolastiche (sportive, di lingua straniera etc) diventano delle stressanti arene prestazionali e in tutto ciò al bambino non è permesso nemmeno di divertirsi perché guai se non è il primo in tutto ciò che fa.

Infine, e non per importanza, abbiamo lo stress di noi genitori che ci porta a vivere il nostro lavoro anche in modo diverso. Il fatto di essere iperconnessi limita il nostro spazio relazionale pregiudicando i momenti dentro casa… La giustificazione attraverso la seguente frase “è una cosa urgente di lavoro” qualche anno fa non sarebbe entrata nelle nostre case, ma sarebbe stata rimandata al giorno dopo. E questo ci porta a riflettere sull’esempio che rimandiamo ai nostri figli.

Ovviamente quando parlo di stress non voglio renderlo qualcosa di spaventoso e basta anche perché una certa quota di stress può essere sia funzionale che sana in riferimento ad alcune situazioni, ma se eccessive portano i nostri bimbi a pagare delle conseguenze importanti.

Per esperienza con i miei bimbi e anche perché abbiamo modo di ritagliarci dei momenti divertenti dove siamo solo noi, in questo periodo sto mettendo in moto delle tecniche di rilassamento che ci aiutano a gestire situazioni minori si stress che entrano nelle nostre vite al fine di viverci con sempre più consapevolezza.

Per informazioni contattare la Dott.ssa Antonella Pacciana 3311179439 (anche tramite whatsapp) oppure info@studiopsicologapacciana.it.

Dimensione Ansia: parte seconda

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Come promesso ecco la seconda parte dell’argomento Ansia.  Vi elencherò i vari disturbi d’ansia secondo il Manuale Diagnostico dei disturbi Mentali .

Rispetto alla precedente edizione del DSM (Manuale statistico dei disturbi mentali) in riferimento alla dimensione ansia ci sono stati dei cambiamenti.

Nella precedente edizione  ossia il DSM IV TR i disturbi d’ansia erano i seguenti:

  • Attacco di Panico
  • Agorafobia
  • Disturbo di Panico senza Agorafobia
  • Agorafobia senza anamnesi di Disturbo di Panico
  • Fobia Specifica
  • Fobia Sociale
  • Disturbo Ossessivo-Compulsivo
  • Disturbo Post-traumatico da Stress
  • Disturbo d’Ansia Generalizzato

Con la nuova edizione del DSM ci sono stati dei cambiamenti. Vediamoli:

Nel DSM5 i disturbi d’ansia vengono  presentati in ordine di età d’esordio

  • Disturbo d’Ansia da Separazione
  • Mutismo Selettivo
  • Fobia Specifica
  • Disturbo d’Ansia Sociale (Fobia Sociale)
  • Disturbo di Panico
  • Attacco di Panico Specifico
  • Agorafobia
  • Disturbo d’Ansia Generalizzato
  • Disturbo d’Ansia indotto da Sostanza/Farmaco
  • Disturbo d’Ansia dovuto ad Altre Condizioni Mediche
  • Altri Disturbi d’Ansia Specifici
  • Disturbo d’Ansia Non Specificato

Quali le differenze?

Non rientrano più in questo capitolo il disturbo  ossessivo-compulsivo, e i disturbo  acuto e post-traumatico da stress. Questi fanno parte di nuovi capitoli consecutivi a quello sull’ansia.

Disturbo di panico e agorafobia sono ora diagnosi separate e qualora dovessero coesistere  verranno definiti con doppia diagnosi. Viene aggiunto lo specificatore “legata solo alla performance” .

Il Disturbo d’ansia di separazione e il mutismo selettivo sono ora classificati come disturbi d’ansia: diversamente dal DSM- IV i criteri diagnostici non specificano più che l’esordio debba avvenire prima dei 18 anni.

Per  l’ Attacco di panico i criteri diagnostici restano simili a quelli del DSM-IV TR, ma si enfatizza la differenziazione tra attacchi attesi ed imprevisti.

I criteri per l’agorafobia, Fobia specifica e disturbo d’ansia sociale non richiedono più la necessità  – per la diagnosi- che il paziente riconosca che l’ansia è irragionevole o eccessiva.

La durata minima di 6 mesi è necessaria per la diagnosi anche al di sotto dei 18 anni d’età. Questo ha l’intento di ridurre le diagnosi riferite a paure o ansie transitorie.

Disturbo d’ansia da separazione e Mutismo selettivo, prima inserite tra le diagnosi dell’età infantile e dell’adolescenza, oggi ricollocati tra i disturbi d’ansia.

Ovviamente la scomposizione dei vari disturbi non esclude che l’ansia sia presente in quasi tutte le patologie del DSM.

A cosa serve questa classificazione? All’utenza non serve quasi a nulla (ai fini terapeutici), ma per i clinici è importante  in quanto una diagnosi accurata ci permette di poter lavorare meglio e circoscrivere il problema, anche se sappiamo che nell’arco del tempo potrebbero verificarsi ed uscire a galla situazioni altre.

Come si fa diagnosi?

Attraverso il colloquio clinico e vari test. Vi elenco i test che uso io:

  • Il Wartegg
  • L’MMPI II
  • Il test di Rorschach
  • Test della figura umana
  • Test dell’albero
  • Test fella famiglia
  • Test dell’uomo sotto la pioggia

 

Attraverso i test è possibile vedere ciò che è inconscio e a volte può essere un valido strumento. Personalmente non sempre uso i test, verifico di volta in volta se usarli oppure no. Quando ero una psicoterapeuta in formazione ho avuto la possibilità di svolgere un tirocinio in una clinica psichiatrica e lì ho conosciuto professionisti, che stimo profondamente, che mi hanno fatto capire quanto sia importante l’uso dei test in riferimento ad alcune tipologie di pazienti e in riferimento ad alcune situazioni in particolare.

Vi descrivo i criteri diagnostici secondo il DSM V di alcuni dei disturbi d’ansia con cui lavoro maggiormente.

Fobia Specifica

  1. Marcata paura o ansia rispetto a un oggetto o situazione specifici (volare, altezze, animali, punture, vedere il sangue) Nota: Nei bambini, la paura o l’ansia può essere espressa piangendo, con scoppi di ira, freezing
  2. L’ oggetto o la situazione fobica provoca quasi sempre paura immediata o ansia
  3. L’oggetto o la situazione fobica viene attivamente evitata o sopportata con intensa paura o ansia
  4. La paura o ansia è sproporzionata al pericolo reale rappresentato dall’oggetto o situazione specifici e rispetto al contesto socio-culturale
  5. La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti, di solito della durata di 6 mesi o più
  6. La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o menomazione nella area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento

Fobia Specifica G. Il disturbo non è meglio spiegato da sintomi di un disturbo mentale,  tra cui la paura, l’ansia e l’evitamento di situazioni associate con i sintomi tipo panico o altri sintomi invalidanti (come nell’agorafobia): oggetti o situazioni relativi a ossessioni (come nel disturbo ossessivo-compulsivo), i ricordi di eventi traumatici (come nel Disturbo da Stress Post-traumatico); separazione da casa o dalle figure di attaccamento (come nel Disturbo d’Ansia da Separazione) o situazioni sociali (come nel Disturbo d’Ansia Sociale)

Specificare se: 300,29 (F40.218) animali (ragni, insetti, cani) 300,29 (F40.228) Ambiente naturale (altezze, temporali, acqua) 300,29 (F40.23X) Sangue – Iniezioni-Ferite (gli aghi, trattamenti medici invasivi). 300,29 (F40.248) situazionale (aeroplani, ascensori, luoghi chiusi) 300,29 (F40.298) Altro (situazioni che possono portare al soffocamento o vomito: nei bambini, ad esempio, rumori forti)

DISTURBI D’ANSIA

300.23 (F40.10) Disturbo d’Ansia Sociale 

  1. Marcata paura o ansia rispetto a una o più situazioni sociali in cui l’individuo è esposto al possibile giudizio degli altri. Gli esempi includono le interazioni sociali (nel corso di una conversazione, conoscere persone non familiari), di essere osservato (mangiare o bere) e le performance di fronte ad altri (un discorso) Nota: Nei bambini, l’ansia deve manifestarsi con i coetanei e non solo durante le interazioni con gli adulti
  2. L’individuo teme di mostrare i sintomi di ansia e che verranno valutati negativamente (umiliazione, imbarazzo)
  3. Le situazioni sociali provocano quasi sempre paura o ansia Nota: Nei bambini la paura o l’ansia può essere espressa piangendo, con scoppi di ira, freezing o stare in disparte in situazioni sociali
  4. Le situazioni sociali vengono evitate o sopportate con intensa paura o ansia
  5. La paura o ansia è sproporzionata alla minaccia reale rappresentata dalla situazione sociale e al contesto socio-culturale
  6. La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti, di solito della durata di 6 mesi o più
  7. La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti del funzionamento
  8. La paura, l’ansia o l’evitamento non è imputabile agli effetti fisiologici di una sostanza o di un’altra condizione medica
  9. La paura, l’ansia o l’evitamento non sono meglio spiegati con i sintomi di un altro disturbo mentale, come il Disturbo di Panico, Disturbo da Dismorfismo Corporeo o da un Disturbo dello Spettro Autistico
  10. Se è presente un’altra condizione medica (morbo di Parkinson, l’obesità o lesioni), la paura, l’ansia o l’evitamento è chiaramente non correlata o eccessiva Specificare se: Solo Performance: se la paura è limitato a parlare o esibirsi in pubblico

300.01 (F41.0) Disturbo di Panico

  1. Attacchi di panico inaspettati e ricorrenti. Un attacco di panico è un improvviso aumento di intensa paura o disagio che raggiunge un picco in pochi minuti, durante i quali si verificano quattro (o più) dei seguenti sintomi:
  2. Palpitazioni, sensazione di cuore in gola o tachicardia 2. Sudorazione 3. Tremori o agitazione  4. Sensazioni di mancanza di respiro o di soffocamento  5. Sensazioni di soffocamento  6. Dolore o fastidio al petto  7. Nausea o disturbi addominali  8. Sensazione di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento  9. Brividi o sensazioni di calore 10. Parestesia (intorpidimento o formicolio)  11. Derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi)  12. La paura di perdere il controllo o di “impazzire ” 13. Paura di morire

Nota: Potrebbero essere presenti segni culturali specifici (acufeni, dolori al collo, emicrania, urla o pianti incontrollabili). Tali sintomi non dovrebbero considerati tra i quattro sintomi richiesti.

  1. Almeno uno degli attacchi è stato seguito da 1 mese (o più) di uno o di entrambi i seguenti:

1.Preoccupazioni persistenti relative al verificarsi degli attacchi di panico o alle loro conseguenze (perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, “impazzire “) 2. Un significativo cambiamento disadattivo relativo ai comportamenti legati agli attacchi (comportamenti atti ad evitare gli attacchi di panico, per esempio evitare l’esercizio fisico o situazioni non familiari)

  1. Il disturbo non è dovuto agli effetti fisiologici di una sostanza o di un’altra condizione medica (‘ipertiroidismo, disturbi cardiorespiratori)
  2. Il disturbo non è meglio spiegato da un altro disturbo mentale (es. gli attacchi di panico non si verificano solo in risposta a situazioni sociali temute, come nel Disturbo d’Ansia Sociale; in risposta a oggetti o situazioni fobiche circoscritte, come nella Fobia Specifica; in risposta a ossessioni, come nel Disturbo Ossessivo – compulsivo; in risposta a ricordi di eventi traumatici, come nel Disturbo Post-Traumatico da Stress; in risposta alla separazione dalle figure di attaccamento, come nel Disturbo d’Ansia da Separazione)

Specificatore: Attacco di Panico Considerare i sintomi allo scopo di identificare un attacco di panico; tuttavia, l’attacco di panico non è un disturbo mentale e non può essere codificato. Può verificarsi nel corso di qualsiasi disturbo d’ansia e altri disturbi mentali (disturbi depressivi, disturbo post-traumatico da stress, disturbi da uso di sostanze) e di alcune condizioni mediche (cardiache, respiratorie, vestibolari, gastrointestinali). Quando è stata identificata la presenza di un attacco di panico, va specificata (es. «Disturbo da Stress Post-traumatico Specifico con Attacchi di Panico ”

300.22 (F40.00) Agorafobia

  1. Marcata paura o ansia in due (o più) delle seguenti situazioni: 1. Con i mezzi pubblici (automobili, autobus, treni, navi, aerei) 2. Trovarsi in spazi aperti (parcheggi, mercati, ponti) 3. Essere in luoghi chiusi (negozi, teatri, cinema) 4. Stare tra la folla 5. Non stare bene fuori di casa
  2. L’individuo prova paure o evita queste situazioni al pensiero che potrebbe essere difficile fuggire o potrebbe non essere disponibile aiuto in caso di sintomi tipo panico o altri sintomi invalidanti o imbarazzanti (paura di cadere degli anziani; paura di incontinenza)
  3. Le situazioni agorafobiche provocano quasi sempre paura o ansia
  4. Le situazioni agorafobiche sono attivamente evitate, implicano la presenza di un compagno o sono sopportate con intensa paura o ansia
  5. La paura o l’ansia risultano sproporzionate al pericolo reale e al contesto socio-culturale .
  6. La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti, di solito della durata di 6 mesi o più
  7. La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o menomazione nel sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento
  8. Se è presente un’altra condizione medica (infiammazione intestinale, morbo di Parkinson) la paura, l’ansia o l’evitamento sono chiaramente eccessivi
  9. La paura, l’ansia o l’evitamento non sono meglio spiegati con i sintomi di un altro disturbo mentale, es. i sintomi non si limitano alla Fobia Specifica, tipo situazionale; non coinvolgono solo le situazioni sociali (Disturbo d’Ansia Sociale) e non sono correlati esclusivamente alle ossessioni (Disturbo Ossessivo-compulsivo), disturbi nella percezione dell’aspetto fisico (Disturbo da Dismorfismo Corporeo), ricordi di eventi traumatici (Disturbo Posttraumatico da Stress) o la paura della separazione (Disturbo d’Ansia da Separazione)

Nota: agorafobia è diagnosticata indipendentemente dalla presenza di disturbo di panico. Se la manifestazione dei sintomi soddisfa i criteri per il disturbo di panico e agorafobia, devono essere fatte entrambe le diagnosi

300.02 (F41.1) Disturbo d’Ansia Generalizzato 

  1. eccessiva ansia e preoccupazione (attesa apprensiva), che si verificano per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi, relative ad una serie di eventi o attività (performance lavorative o scolastiche)
  2. L’individuo ha difficoltà a controllare la preoccupazione
  3. L’ansia e la preoccupazione sono associate con tre (o più) dei seguenti sei sintomi Nota: nei bambini è richiesto un solo un elemento. 1. Restlessness (irrequietezza/sindrome delle gambe senza riposo) 2. Facile Faticabilità 3. Difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria 4. Irritabilità 5. Tensione muscolare 6. Disturbi del sonno (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno o irrequietezza)
  4. L’ansia, la preoccupazione, oi sintomi fisici causano disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti

Qualche considerazione teorica sulla Fobia

Inizialmente avevo voglia di presentarvi un quadro teorico sulla dimensione ansia, ma entrando nello specifico ricadevo nella tecnica con la difficoltà principale di fare in modo che questo post potesse essere fruibile per tutti e non solo per gli addetti ai lavori (ovviamente scrivendo i criteri diagnostici del DSM c’è poco di fruibile, ma volevo mantenere una promessa anche se mi rendo conto che il post possa essere noioso).

Vi scrivo solo qualche altra piccola considerazione in riferimento agli aspetti teorici. Per esempio per quanto riguarda le fobie bisognerebbe soffermarci un attimo e renderci conto che guardando i bambini ci accorgeremmo che loro le fobie le hanno tutte. Lo scorso anno ho sentito una mamma particolarmente ansiosa del fatto che la sua bambina ad un tratto senza nessun motivo apparente e senza preavviso avesse sviluppato la paura del buio.  È assolutamente normale che un bambino in età edipica possa sviluppare la paura del buio ed è un cosa assolutamente frequente quindi cari genitori non vi angosciate più di tanto… pian piano scomparirà. Da adulto la persona fobica ricorda le passate esperienze con le  cariche pulsionali dove da bambino ha creato la paura quindi l’Io per far fronte a queste cariche pulsionali ha messo in atto le fobie, delle paure di evitamento ecc… Quando ciò gli succede in età adulta si regredisce a quella situazione in cui si è messo in atto la fobia. Si regredisce al bambino fobico. È un nucleo infantile che permane e reagisce di fronte alle cariche pulsionali stimolate dall’esterno come ha reagito il bambino. Davanti a certe cariche esterne l’adulto che ha sviluppato un Io più forte avrà una paura che farà mettere in atto dei comportamenti più maturi invece laddove c’è stati un Io che non è ben strutturato perché c’è la fissazione al mondo infantile delle fobie si regredisce a quel periodo e si mettono in atto le stesse difese di quando era piccolo. L’angoscia che provava da bambino è la paura di rivivere lo stesso stato traumatico vissuto da bambino, è la paura di essere sopraffatto da queste eccitazioni da quelle eccitazioni che ha avuto quando era bambino quindi se continua a spaventarsi tanto rispetto a queste cose vuol dire che l’Io non funziona bene e quindi rimette in atto le stesse modalità per esempio se il bambino aveva paura del buio da grande rimetterà in atto tutte fantasie connesse.

PAURA DE BUIO se c’è l’altro, se  c’è la luce possiamo controllare le pulsioni, ma le pulsioni generano delle fantasie inconsce quindi nel buio si generano tutte le fantasie inconsce create dalle pulsioni e arriva la paura del buio.

Come dicevo prima per poter capire quello che c’è nelle persone fobiche dobbiamo capire bene quello che succede ai bambini piccoli perché i bambini piccoli sono isterici, ossessivi  e prima ancora erano psicotici. Noi passiamo delle fasi e alcuni nuclei di queste fasi ce li portiamo dietro. Siamo il risultato della nostra storia interna, quello che noi abbiamo riguarda al  nostro passato. Una persona adulta che è rimasta fobica  non è riuscita ad elaborare le angosce di quando era bambino quindi a superarle, quindi l’adulto come il bambino non riesce a giudicare l’aspetto esteriore della cosa fobica.

Non riesce a dominare la pulsione e l’eccitazione relativa a questo perché ha paura di essere sopraffatto come da bambino. Il  bambino non riesce a dominare i desideri, i propri  istinti e li trasforma in angoscia nella fobia adulta e questo porta alla fobia degli animali (uomini deformati in animali). Originariamente la fobia era un’angoscia di non riuscire a dominare i propri istinti, i desideri quindi gli uomini li immagina sotto forma di animali.

C’è una relazione tra sviluppo dell’Io e il tipo di fobia. Più primitivo è l’Io meno contenuta sarà l’angoscia, più si evolve l’Io più si ha un approccio con la realtà e quindi se si ha più principio di realtà avremo una fobia meno forte.

Avrei voluto scrivere tanto altro e spero di poterlo fare al più presto magari cercando il modo per potervi raccontare molto di più degli aspetti teorici dell’ansia.

Dimensione Ansia: Parte prima

panicoLa maggior parte dell’utenza del mio studio è rappresentata da persone con disturbi d’ansia. Volevo raccontarvi alcuni aspetti della dimensione ansia e volevo cominciare attraverso quella che i pazienti amano particolarmente ossia la dimensione neurobiologica dell’ansia…anche  perché spesso accedono al mio studio o a quello di miei colleghi dopo aver intrapreso altri percorsi…soprattutto di natura farmacologica. Vi è un’intolleranza nell’accettazione diversa da quella medica della dimensione ansia. Grazie alle neuroscienze qualche passo è stato portato avanti per noi psicoterapeuti nella difficile dimostrazione degli effetti positivi della psicoterapia, ma accettare di entrare in psicoterapia è molto difficile e la maggior parte della gente preferisce solo l’uso di psicofarmaci rispetto alla ricerca di una spiegazione altra dello stato ansioso.  Quando un paziente ansioso si affaccia al mio studio gli dico che nonostante lo stato di disagio che vive dovuto a sensazioni che non riesce a tollerare in realtà quella che a fatica definiscono ansia rappresenta “un’ opportunità” e come tale vanno ricercate le cause inconsce di quello stato senza la fretta di non provare più quel disagio…perché io come psicoterapeuta non prometto miracoli, ma offro una possibilità per capire le cause che arrivano da lontano e dare un senso a quel disagio per liberarsene realmente. Negli ultimi anni  sono gli stessi neurologi, psichiatri e medici di base che consigliano i coadiuvare alla psicofaramacologia anche l’uso di un percorso psicoterapico.

Oggi abbiamo una percezione dell’ansia come affetto sgradevole con correlazioni fisiologiche.

L’ansia è una condizione fisiologica del nostro organismo, del nostro sistema nervoso centrale che si verifica in qualunque situazione in cui l’organismo deve essere in una situazione di allerta e questo ci consente la possibilità di avere la percezione di pericolo e mette l’organismo nella condizione di avere una reazione.  Spesso lo stimolo non passa attraverso la coscienza quindi in realtà una situazione di ansia che insorge improvvisamente in una persona può essere collegata a una percezione inconscia di una situazione potenzialmente pericolosa che richiede all’organismo di affrontarla.

L’ansia e la paura  sono sovrapponibili. Semanticamente la paura è più definita mentre l’ansia no perché è qualcosa che l’individuo non riesce a spiegarsi in quanto quando scatta lo stato ansioso ciò è determinato da uno stimolo che non riusciamo a percepire a livello cosciente anche se è percepito come potenziale pericolo (soprattutto come pericolo di morte percepito come paura di un imminente attacco cardiaco).

L’ansia funzionale cioè quella che si attiva nel momento in cui percepiamo il pericolo ha consentito all’individuo nell’arco dell’evoluzione di avere delle reazioni adeguate che sono: di attacco e di fuga. Esiste anche una reazione di morte apparente anche se non è funzionale per l’essere umano rimanere in mobilità per molto tempo.

Come detto pocanzi ansia e paura sono molto simili, ma mentre la paura ha un oggetto (ho paura di x) l’ansia non ha oggetto ossia mi sento in pericolo, ma non so da cosa devo difendermi.

Rivedendo i miei appunti di Psicofarmacologia della Scuola Romana di Psicologia Clinica Imago (scuola dove mi sono specializzata come psicoterapeuta) mi piaceva molto quanto avevo appreso rispetto ad una delle tante spiegazioni rispetto alla dimensione ansia.  Il mio professore ci raccontava che le scienze evoluzionistiche hanno evidenziato una nostra sostanziale giovinezza a livello di Sistema Nervoso.

Perché abbiamo una casistica di stati ansiosi?Secondo gli studi evoluzionistici proprio perché noi non siamo ancora adattati all’ambiente che abbiamo creato siamo sottoposti a una serie di stimoli che innescano lo stress e viviamo in condizioni di costante agitazione del sistema e questo ci rende maggiormente vulnerabili a fenomeni di improvvisa attivazione del nucleo del locus coerelus e il cortisolo si comporta come un neurotrasmettitore che induce il rilascio di noradrenalina a livello cerebrale.

Il nostro stile di vita è cambiato rispetto ai nostri antenati per cui i tempi di riposo si sono completamente modificati e quindi abbiamo alterato il bioritmo e abbiamo dei picchi circadiani di produzione di mediatori dell’ansia in rapporto a ore della giornata in cui c’era il rischio di incontrare situazioni pericolose. Quindi siamo noi che abbiamo modificato questi ritmi, soprattutto attraverso l’illuminazione.

L’uomo fino a 200 anni fa viveva senza illuminazione e molto probabilmente questo ha modificato totalmente il nostro aspetto interno di equilibrio per cui molto probabilmente la liberazione circadiana fisiologica dei circuiti dello stress e dell’attivazione di questi stessi circuiti dipende da questo ritmo circadiano che abbiamo ancora come retaggio del nostro passato evolutivo e ci costringe a vivere una realtà non adeguata rispetto ad esso.

Quando arriva una persona che lamenta un disturbo di ansia bisogna verificare se di ansia si tratta in quanto ci sono situazioni che la persona vive come ansia, ma che in realtà di ansia non si tratta.

Come primo step chiedo alla persona che arriva da me di verificare insieme al suo medico di base o al professionista psichiatra o neurologo di escludere una causa medica del suo stato ansioso in modo tale da poter fare un intervento psicoterapico mirato sull’ansia.

Per esempio una dimensione neurofisiologica che partecipa all’ansia è data dalla liberazione di noradrenalina e quindi ci possono essere delle situazioni che mimano uno stato di agitazione che uno vive come ansia, ma che in realtà portano a situazioni mediche organiche. Per esempio abbiamo l’ipertiroidismo che può attivare i circuiti dell’ansia, ma che in realtà di ansia non si tratta.

Ci può essere anche un’iperattività della midollare del surrene e quindi alla conseguente liberazione di noradrenalina.

Ci possono essere condizioni in cui una persona è irrequieta e ciò si può spiegare con quella che viene chiamata acatisia.

L’acatisia che dipende da alcuni farmaci è uno sbilanciamento che regola il sistema nigrostriatale che porta a sintomi extrapiramidali con sintomi motori e irrequietezza interna.

Lo stato ansioso può dipendere anche dall’uso del cortisone che porta uno stato di insonnia, tensione, ma questi sono legati all’effetto stesso del cortisone.

Poi ci sono condizioni psicologiche che rientrano in un situazione di normalità quelle che rientrano nella definizione di ansia legata ad una situazione per esempio prima di parlare in pubblico.

Nella situazione occidentale le persone tendono a considerare patologico tutto ciò che è sgradevole quindi chiedono l’intervento sulla psiche in situazioni assolutamente fisiologiche per esempio prima di affrontare un esame. Da questo punto di vista ci siamo americanizzati e questo non porta nessun beneficio, anzi… Il mese scorso ho lavorato in una scuola secondaria, portando avanti un progetto personale sulle dipendenze, con ragazzi di 15/16 anni e uno degli aspetti maggiormente emersi è stato proprio questo. I ragazzi hanno difficoltà a tollerare le emozioni, soprattutto le emozioni negative e questo li indirizza erroneamente all’uso di sostanze psicotrope e anche all’uso di psicofarmaci anche laddove servirebbe una semplice psicoterapia. Ecco perché diviene fondamentale un’educazione emozionale fin da piccolissimi. Bisogna insegnare ai genitori ad  educare i propri figli alle emozioni e alla tolleranza delle emozioni negative e questo non può contemplare l’uso del telefonino come effetto calmante per il bambino. Durante i miei seminari riecheggia spesso una domanda sull’uso improprio dei cellulari soprattutto per i più piccoli. Durante la mia infanzia sentivo parlare dell’uso eccessivo della Tv e sui suoi rischi e come al solito ogni epoca porta nuove opportunità, ma anche nuove patologie… Sono mamma di sue bimbi e posso capire la difficoltà dei genitori nel bloccare l’uso dei telefoni…la mia risposta alla domanda se i cellulari possono creare effetti negativi è si, ma come la tv era negativa per la nostra generazione…nel senso se un bambino viene lasciato davanti al telefono da solo allora lì subentra una problematica (non tanto diversa dai bambini che vengono lasciati soli a guardare la tv per tante ore). Come per tutte le cose è l’uso che noi decidiamo di fare di quello strumento…se il telefono o la tv hanno un fine relazionale non possono creare danno perché rappresenta uno strumento come un altro che mi mette in relazione con il bambino. Con fine relazionale intendo un adulto che è accanto al bambino e che insieme si spiegano e si raccontano quello che stanno guardando.  Inoltre se lascio il telefono al bambino per farlo calmare allora lì gli sto creando un danno ancora maggiore perché gli sto lasciando un messaggio molto grave ossia “ adesso non riesco a trovare una modalità più faticosa per calmarti e ti faccio usare il telefono (che ha un effetto calmante per il bambino) quindi da adulto qualora avrai una sensazione sgradevole io come genitori non avendoti  insegnato una modalità sana per far fronte a quella sensazione ti sto dicendo che potrai calmarti con qualcos’altro che potrà oscillare dall’ansiolitico all’alcool o sostanze psicoattive di altro genere.

Nel mio prossimo post vi elencherò la nuova classificazione dei disturbi d’ansia secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (il DSMV).

Le regole e i limiti che portano alla crescita delle strutture psichiche del bambino

regole e ruoli

J.Rogge (2001) afferma che “chi non formula regole, né stabilisce limiti, richiede ai bambini prestazioni intellettive o emotive oltre la loro portata”. Le regole sono come i binari di un treno per i bambini, determinano una strada da seguire; sono come mancorrenti a cui i bambini possono appoggiarsi quando l’impulso ad agire è più forte e determina un conflitto al quale la regola stessa può porre fine. Senza regole un bambino resta in balia di se stesso suo malgrado.

Spesso sentiamo genitori affermare che il bambino dovrebbe capire da solo cosa può fare e cosa non può fare. Ciò capita soprattutto a quei genitori che hanno difficoltà nel discutere con i figli pensando che evitare il conflitto possa renderli liberi da qualsiasi problematica futura. In  questa maniera però i figli non vengono aiutati nel capire come muoversi nel mondo. Nel mio ultimo post sulle interiorizzazioni trasmutanti vi ho detto che i bambini hanno il diritto di sperimentare esperienze di vita positive, ma che diventa essenziale per loro sperimentare anche la delusione perché ogni volta che un bambino viene deluso dai suoi genitori di conseguenza si verifica una crescita delle sue strutture psichiche e questo rappresenta un piccolo passo nello sviluppo delle capacità di badare a se stessi.

Ovviamente le sofferenze causate da queste delusioni non devono essere troppo grandi; devono essere sufficientemente grandi e alla portata delle capacità cognitive del bambino che in quel momento le riceve. In questa maniera sarà in grado di prevedere esperienze future senza esserne sopraffatto.

L’esperienza della delusione è sicuramente in stretto contatto con il concetto di limite. Porre dei limiti e dare delle regole chiare significa aiutare i bambini a fare ordine nel mondo e comprendere che alcune cose si possono fare e altre no, almeno in quel momento. Gli stessi limiti posti in modo contraddittorio o anche gli stessi limiti non concessi producono la conseguenza di confondere il bambino sulla sua percezione del mondo, di se stesso e degli altri.

Come sempre anche le regole rigidamente imposte non rappresentano un qualcosa di “sano”… il non porre limiti e quindi regole piuttosto l’esagerazione del suo opposto porta sicuramente a delle problematiche future!

Bibliografia

Non farmi camminare con i tacchi alti, Lucia Attolico (2007)

Ego state therapy Interventi di base sugli stati dell’io, Robin Shapiro (2016)

L’importanza e il diritto per ogni bambino di sperimentare esperienze positive

interiorizzazioni trasmutantiesperienze negative

Oggi dopo qualche mese di assenza vorrei riprendere il mio blog e parlarvi di quelle che la psicologia del sé chiama interiorizzazioni trasmutanti. Con ciò ci si riferisce ad esperienze idealmente positive con genitori e/o modelli significativi che ogni bambino ha il diritto di vivere in una infanzia “normale”. Tutto ciò pian piano porta il bambino ad interiorizzare quelle esperienze che poi saranno acquisite nella sua struttura di personalità.

I bambini con esperienze positive di attaccamento e accadimento saranno quindi in grado di consolarsi con gli stessi abbracci e con le stesse parole di conforto che hanno ricevuto dai propri caregiver per esempio: “se sei qui con la tua mamma non ti può succedere nulla” oppure “vedrai che andrà tutto bene”.  Ovviamente il bambino deve anche percepire la delusione (fondamentale per la crescita delle sue strutture psichiche), ma di questo vi parlerò nel mio prossimo post.

Prima di sperimentare la delusione però il bambino impara un insieme di esperienze positive con genitori calmi. In questa maniera imparerà a tollerare un insieme di esperienze senza che queste possano sopraffarlo. Quando in qualsiasi momento della sua vita arriveranno situazioni di tensione non avrà più bisogno di una madre che lo tranquillizzi perché avrà interiorizzato una struttura che gli permetterà di tranquillizzarsi e calmarsi da solo. Come detto all’inizio questo processo viene denominato dagli psicologi del sé interiorizzazioni trasmutanti. Molti potrebbero obiettare e dire che si tratta dell’identificazione, ma a differenza dell’interiorizzazione trasmutante l’identificazione implica una totale interiorizzazione dell’altra persona.

Ovviamente in una singola esperienza non è possibile interiorizzare le parti di una persona tranquillizzante: vi è bisogno di molte piccole esperienze per fare ciò (Ornstein, 1978S).

Grazie a queste interiorizzazioni i bambini assorbono i concetti, i comportamenti, le emozioni e i modi di fare dei genitori, di altri bambini, degli insegnanti e di altre persone che frequentano.

Inizialmente vi ho detto che i bambini hanno il diritto di sperimentare situazioni positive con caregiver altrettanto positivi, ma la realtà ci porta a vedere che questo non sempre accade. Infatti può succedere che un bambino faccia, suo malgrado, anche esperienza di cose negative e per lo stesso meccanismo rispetto alle esperienze positive potranno così assorbire ansie, rabbia o anche gli aspetti depressivi dei genitori.

Capita anche che i bambini riproducono a voce le minacce dei genitori maltrattanti. Oltre ai genitori, che sono assolutamente i primi modelli per i propri figli, la scuola con i suoi insegnanti rappresentano modelli altrettanto fondamentali nella vita dei bambini e purtroppo la cronaca e non solo ci racconta spesso di insegnanti abusanti, violenti e maltrattanti.

Se queste esperienze negative cominciano a diventare costanti i bambini possono così interiorizzare quelli stessi aspetti e sviluppare una voce interiore che li critica per ogni loro comportamento.

Ecco perché è di fondamentale importanza che ogni bambino possa sperimentare situazioni di vita positive e bisogna combattere per far sì che almeno l’istituzione scuola possa garantire un diritto così importante per la loro vita.

Bibliografia:

Psicoterapia Adolescenti e psicologia del sé, Gustavo A.Lage, Harvey K.Nathan (1995)

Ego state therapy Interventi di base sugli stati dell’io, Robin Shapiro (2016)

Adolescenti con nuove patologie

Spesso l’adolescente e il giovane adulto quando non riesce a legare in modo sufficiente l’aggressività di modo da modificarla e integrarla in modo utile ecco che queste spinte possono irrompere come “agiti”.

Questi atti aggressivi (auto ed etero diretti) hanno lo scopo di ristabilire l’equilibrio interno.

L’adolescente e il giovane adulto utilizzeranno oggetti esterni da cui dipendere e che fantasticamente controlleranno al fine di svolgere una funzione di schermo dall’eccitazione vissuta come pericolosa.

L’uso di droghe, i disturbi alimentari, il gioco d’azzardo patologico, attività sessuali promiscue etc spesso sono usati per combattere una dipendenza nei confronti di un partner o della persona dello psicoterapeuta o analista.

(Tratto da Violenza e nuove patologie adolescenziali di AnnaMaria Nicolò)

Tra gli oggetti esterni da cui dipendere oggi esistono quelle che vengono definite droghe senza sostanza ossia la tanto chiaccherata dipendenza da gioco.

Alcuni dati raccolti da telefono azzurro e Euripes nel 2012 (effettivamente ricerca un po’ datata) fanno pensare ad una vera e propria emergenza  per bambini , pre-adolescenti e adolescenti che possa sfociare nella tendenza al gioco compulsivo.

L’obiettivo di questo post è rivolto in prima battuta ai centri scommesse, sale giochi e ovviamente alle istituzioni.

Al di là delle motivazioni che spingono l’adolescente all’uso di sostanze illecite o a comportamenti sessuali promiscui dovuti ad una fragilità del singolo individuo è anche vero che lo Stato, le Regioni e i Comuni non fanno nulla se non piccoli progetti rivolti solo ai ragazzi senza tra l’altro una disamina precisa del territorio e della cultura locale.

Solitamente le responsabilità vengono delegate ai singoli senza che le istituzione se ne fanno carico realmente. Si pensi a varie normative regionali atte a contrastare il GAP che con molta disinvoltura vengono negate dai comuni come la LEGGE REGIONALE 13 dicembre 2013, n. 43.

Uno Stato e quindi un Comune che denuncia , restringe e grida a gran voce che la situazione GAP è un problema e cerca di trovare delle soluzioni è un esempio, rappresenta un modo sano di far sentire che esiste la funzione normativa (rappresentante della funzione normativa genitoriale) che consiste nella capacità di dare dei limiti come struttura di riferimento di comportamenti coerenti e che riflette la cultura di appartenenza ed per questo motivo che se ne deve fare carico lo Stato e i loro rappresentanti e non delegare il problema al singolo e quindi a prendere le distanze pensando erroneamente che il problema sia solo del singolo individuo o/e della singola famiglia.

Ognuno con le proprie responsabilità può e deve fare qualcosa di concreto e non la solita soluzione di convenienza che serve solo a politici per una foto o un articolo su facebook e che certamente non aiuta l’adolescente e il giovane adulto…

Le conseguenze dei programmi dietetici pubblicizzati dai non esperti

Ormai siamo abituati ad annoverare l’anoressia e la bulimia (tra qualche giorno vi parlerò di nuovi disturbi ) tra i disturbi alimentari. Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) le patologie di tipo alimentare rappresentano la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. Seppure tutti quanti sappiamo che il problema è molto serio spesso ci ritroviamo in televisione la rappresentazione della mediocrità e del cattivo gusto e purtroppo anche della malattia psichiatrica non spiegata, ma ridicolarizzata.

Oggi oltre a quello che viene rappresentato in tv ritroviamo un nuovo pericolo dato dal web con gente comune, senza un minimo di cultura medica e psicologica in ambito di nutrizione e di disturbi alimentari, adescata in modo opportuno da chi si muove dietro le quinte, che pubblicizza la loro dieta miracolosa o meglio i loro ancora il loro “PROGRAMMIA DIETETICO”…

Il Ministero della Salute insieme agli ordini professionali di competenza ha il dovere di vigilare tutto ciò anche perché le conseguenze possono essere deleterie sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Affidarsi a professionisti per una dieta significa essere tutelati a 360°. Prima di ogni dieta un professionista (medico nutrizionista, dietista, dietologo etc) richiede delle analisi approfondite  (non dimentichiamo che non siamo tutti uguali e ciò che funziona per mia sorella, per mia madre, per una mia amica o conoscente non è detto che debba funzionare per me oppure si potrebbe funzionare, ma a scapito di alcune conseguenze sul fisico). Inoltre un professionista del settore è in grado di valutare se dietro la richiesta di una persona che decide di mettersi a dieta potrebbe celarsi un problema di natura psicologica ed eventualmente inviare la stessa a centri di psicoterapia specializzati.

La gente che aderisce a questi programmi è completamente assorbita e non ha un minimo dubbio su quello che sponsorizza  e sui messaggi alquanto deleteri  che passa soprattutto a chi ha ancora una personalità in costruzione come un pre o adolescente o a chi attraversa un periodo di fragilità dato dal neo ruolo di mamma o ancora peggio con soggetti con disturbi alimentari.

Vi esorto a non dare informazioni malsane se non siete professionisti del settore perché dietro quell’adesione acritica a quel programma dietetico potrebbero esserci persone che possono andare incontro a problematiche dal punto di vista medico e/o psicologico. Spesso chi pubblicizza questi programmi invia (su facebook) messaggi a tutti indistintamente  e se questo messaggio venisse ricevuto da una persona che soffre di disturbi alimentari che informazione sta ricevendo? “non sei ancora abbastanza magra” e questo carissime nuove adepte del marketing via web porta a  conseguenze anche di morte di quella persona…

Si parla spesso dei pericoli del web e oggi le frontiere del danno e dei pericoli sono sempre più vicine e sotto gli occhi di tutti pubblicizzati anche da nostri amici…

Aiutate i bambini ad esprimere le emozioni…

 Impariamo ad esprimere le emozioni con l’aiuto di mamma, papà e la Dott.ssa Peluche

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Ehi parlami un po’, ti aiuterò, c’è un problema che non so, vuoi dirmi qual’è? Raccontalo a me? ma non tenerlo dentro. Cosa c’è che non va? Dimmi la verità…così passerà. Ehi parlami un po’, ti aiuterò…

 

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Insegniamo ai nostri figli la bellezza delle emozioni. Anche le emozioni spiacevoli devono potersi esprimere così da ammortizzare eventuali problemi da adulti… Prossimamente, grazie all’aiuto della Dott.ssa Peluche coloreremo questo blog di emozioni!!!

Dott.ssa Antonella Pacciana

L’importanza del gioco (sociale)

Negli ultimi anni i giochi per bambini hanno subito un radicale cambiamento con conseguente adeguamento ai nostri stili di vita.
Lo spazio disponibile per i bambini è ormai diminuito (direi che forse non c’è nemmeno uno spazio mentale per accogliere le esigenze dei nostri figli che per ovvi motivi sono diverse dalle nostre) con conseguente cambiamento della funzione del gioco che da sociale è diventato solitario. Non a caso un miriade di bambini soffre la solitudine.
Oggi si vedono ormai pochi bambini giocare a nascondino nelle strade, giocare a pallone, a campana, a creare piccoli gruppi impegnati in giochi di movimento. Il gioco ha ormai perso la sua componente sensomotoria (la wii non è la stessa cosa)!!!
Inoltre i giochi “intelligenti”, i giochi “educativi” da usare in luoghi chiusi, i tablet, gli smartphone che sempre più bambini si fanno regalare per una promozione, per Natale etc, hanno sì potenziato qualche aspetto della abilità cognitive, ma hanno tolto alla motricità e al gioco sociale.
Molti penseranno che le abilità cognitive sono quelle più importanti, ma a questo punto mi sorge un quesito: come hanno fatto i bambini delle nostre generazioni a sviluppare le abilità cognitive senza l’ausilio di questi giochi intelligenti? Tutto ciò accadeva anche grazie al movimento! Infatti il movimento è importantissimo sia per lo sviluppo dell’intelligenza che per l’adattamento al proprio ambiente di vita.
È attraverso il movimento che il bambino esplora il mondo circostante, soddisfa la curiosità in ambienti diversi dal suo, impara atteggiamenti analitici e innovativi. Basta guardare il mondo animale per rendersi conto dell’importanza di quanto ho appena esposto. Gli animali attraverso il gioco si preparano a sviluppare comportamenti adulti che gli permetteranno di sopravvivere quando non ci sarà più la loro mamma.
I giochi di movimento preparano quindi i bambini al contesto sociale e in più sono fondamentali per confermare la loro identità.
Attraverso alcuni giochi, come per esempio il girotondo, si impara a padroneggiare alcune abilità motorie e imparano ad “esserci” nel mondo dei pari. Anche i giochi apparentemente aggressivi consentono di prendere coscienza del proprio e altrui corpo e soprattutto fanno capire il concetto del “limite” (fin dove possono spingersi e quindi fermarsi perché possono far male).
Alcuni studi avvalorano quanto scritto fin ora ossia che le attività psicomotorie e quindi il gioco hanno un ruolo fondamentale nella crescita della corteccia cerebrale.
Attraverso il gioco si imparano le regole del gruppo, ci si rende conto delle proprie azioni, del male che si può provocare se si esagera e si impara anche la diplomazia e l’altruismo.
Un bambino che non gioca, che non si rincorre con gli altri bimbi sarà molto probabilmente un adulto a rischio di qualche problematica.
Quindi mamme e papà ricordiamoci della nostra infanzia e per Natale o per la promozione o la prima Comunione anziché Tablet e Smartphone regaliamo ai nostri figli un po’ del nostro tempo per portarli in luoghi dove possono esprimere al meglio le loro capacità ed impararne di nuove. Infine mi piace sottolineare questa cosa: i bambini non vanno educati, ma imparano osservando i propri genitori, quindi al rientro a casa cerchiamo di non stare troppo tempo incollati ai nostri tablet e smartphone….

L’elaborazione del lutto a seguito di un aborto spontaneo

Oggi vorrei condividere con voi una mia esperienza personale. Non è semplice parlarne perché il dolore è ancora vivo e mi lascio travolgere dalle lacrime, ma credo sia fondamentale lasciare traccia di questa mia esperienza perché vorrei tendere una mano verso chi questo dolore non può esprimerlo per colpa della società e di alcuni stereotipi sulla questione.
A dicembre del 2014 ho scoperto di aspettare un secondo bambino… Alessandro aveva appena 14 mesi e la mia reazione iniziale non è stata molto positiva. Avevo paura di non riuscire a dare a livello emotivo tutto quello che un bambino necessita perché Alessandro era ancora piccolo e bisognoso di attenzioni.
Ad ogni modo nonostante una iniziale crisi alla fine ero contenta e da lì abbiamo cominciato a fantasticare sul sesso(eravamo convinti fosse una femmina) sui vestiti, sul nome, sulla mia pancia etc…
Decisi di farmi seguire da un ginecologo e così cominciammo le nostre visite… Andava tutto bene, aspettavamo di fare la visita di febbraio per poi andare a Roma per fare il Preantal Safe. Provavo a chiamare la segretaria del mio ginecologo per prendere un appuntamento, ma non mi rispondeva da due giorni. A quel punto decisi di cambiare ginecologo, non mi sentivo sicura al 100% del medico che mi seguiva. Prendo appuntamento per una visita. Avevo programmato la visita nella seconda settimana di Febbraio di modo che era tutto pronto per andare a Roma. Da lì succede qualcosa di imprevisto. Il martedì mattina avevo delle piccole macchie di sangue , ma non ne ero preoccupata. Provo a chiamare il ginecologo che mi aveva seguito fino ad allora, ma nulla. Non risponde al telefono, richiamo, ma nulla. A quel punto chiamo il ginecologo che mi avrebbe seguita da lì a qualche giorno. Mi dice di controllare la quantità e il colore delle macchie e se fossero aumentate di richiamarlo per anticipare la visita. Il tutto prosegue in modo molto tranquillo. Andiamo a letto e verso le 3.00 di mattina vado in bagno e scopro che quelle macchie si erano trasformate in emorragia. La corsa in ospedale, i miei pianti, i dolori, l’impotenza, la solitudine, ma anche un filo di speranza…
Mi hanno visitata, ma purtroppo l’avevamo perso… Mio marito aveva voglia di esserci, ma non gli è stato consentito, fu letteralmente cacciato dal personale ospedaliero. Mi sembra assurdo che oggi si parla in continuazione dell’importanza della figura paterna e sia per i momenti felici di nascita di un figlio che per quelli di perdita non sia data la possibilità di condividere insieme quel dolore o la felicità della nascita. Ma che regole obsolete… Mi sembra assurdo!!! C’è una negazione del dolore da parte delle istituzioni. Io stessa inserita in quel contesto ho pensato di trovarmi in un posto così lontano dalla mia persona che mi sembrava di vivere un incubo.
Nel momento prima dello svuotamento/raschiamento nei corridoi dell’ospedale ho pianto. Quel pianto sembrava assurdo per il ginecologo che mi aveva appena visitata e in modo molto tecnico mi aveva detto cosa sarebbe accaduto…Per non parlare della visita prima delle dimissioni…
Si può negare un evento come questo? Si può isolare una persona che ha appena saputo che non diventerà mamma per la seconda volta? Ancora oggi sono terribilmente arrabbiata perché questo non deve accadere…Si può abortire come me quasi alla fine della 12 settimana oppure anche prima o dopo; non importa quando e con che modalità perché è sempre una perdita e come tale ha bisogno di essere elaborata nel giusto modo. Se la società nega questo tipo di dolore non è semplice per chi lo vive poter esprimere quello che sente. Sono una psicoterapeuta e qualche strumento in più Continua a leggere L’elaborazione del lutto a seguito di un aborto spontaneo