L’elaborazione del lutto a seguito di un aborto spontaneo

Oggi vorrei condividere con voi una mia esperienza personale. Non è semplice parlarne perché il dolore è ancora vivo e mi lascio travolgere dalle lacrime, ma credo sia fondamentale lasciare traccia di questa mia esperienza perché vorrei tendere una mano verso chi questo dolore non può esprimerlo per colpa della società e di alcuni stereotipi sulla questione.
A dicembre del 2014 ho scoperto di aspettare un secondo bambino… Alessandro aveva appena 14 mesi e la mia reazione iniziale non è stata molto positiva. Avevo paura di non riuscire a dare a livello emotivo tutto quello che un bambino necessita perché Alessandro era ancora piccolo e bisognoso di attenzioni.
Ad ogni modo nonostante una iniziale crisi alla fine ero contenta e da lì abbiamo cominciato a fantasticare sul sesso(eravamo convinti fosse una femmina) sui vestiti, sul nome, sulla mia pancia etc…
Decisi di farmi seguire da un ginecologo e così cominciammo le nostre visite… Andava tutto bene, aspettavamo di fare la visita di febbraio per poi andare a Roma per fare il Preantal Safe. Provavo a chiamare la segretaria del mio ginecologo per prendere un appuntamento, ma non mi rispondeva da due giorni. A quel punto decisi di cambiare ginecologo, non mi sentivo sicura al 100% del medico che mi seguiva. Prendo appuntamento per una visita. Avevo programmato la visita nella seconda settimana di Febbraio di modo che era tutto pronto per andare a Roma. Da lì succede qualcosa di imprevisto. Il martedì mattina avevo delle piccole macchie di sangue , ma non ne ero preoccupata. Provo a chiamare il ginecologo che mi aveva seguito fino ad allora, ma nulla. Non risponde al telefono, richiamo, ma nulla. A quel punto chiamo il ginecologo che mi avrebbe seguita da lì a qualche giorno. Mi dice di controllare la quantità e il colore delle macchie e se fossero aumentate di richiamarlo per anticipare la visita. Il tutto prosegue in modo molto tranquillo. Andiamo a letto e verso le 3.00 di mattina vado in bagno e scopro che quelle macchie si erano trasformate in emorragia. La corsa in ospedale, i miei pianti, i dolori, l’impotenza, la solitudine, ma anche un filo di speranza…
Mi hanno visitata, ma purtroppo l’avevamo perso… Mio marito aveva voglia di esserci, ma non gli è stato consentito, fu letteralmente cacciato dal personale ospedaliero. Mi sembra assurdo che oggi si parla in continuazione dell’importanza della figura paterna e sia per i momenti felici di nascita di un figlio che per quelli di perdita non sia data la possibilità di condividere insieme quel dolore o la felicità della nascita. Ma che regole obsolete… Mi sembra assurdo!!! C’è una negazione del dolore da parte delle istituzioni. Io stessa inserita in quel contesto ho pensato di trovarmi in un posto così lontano dalla mia persona che mi sembrava di vivere un incubo.
Nel momento prima dello svuotamento/raschiamento nei corridoi dell’ospedale ho pianto. Quel pianto sembrava assurdo per il ginecologo che mi aveva appena visitata e in modo molto tecnico mi aveva detto cosa sarebbe accaduto…Per non parlare della visita prima delle dimissioni…
Si può negare un evento come questo? Si può isolare una persona che ha appena saputo che non diventerà mamma per la seconda volta? Ancora oggi sono terribilmente arrabbiata perché questo non deve accadere…Si può abortire come me quasi alla fine della 12 settimana oppure anche prima o dopo; non importa quando e con che modalità perché è sempre una perdita e come tale ha bisogno di essere elaborata nel giusto modo. Se la società nega questo tipo di dolore non è semplice per chi lo vive poter esprimere quello che sente. Sono una psicoterapeuta e qualche strumento in più per capire quello che mi succede ce l’ho ed è per questo che me ne sono fregata di quello che dicevano o facevano gli altri. Mi sono dovuta fermare perché nonostante una iniziale negazione il mio corpo mi ha lanciato un campanello di allarme e mi ha obbligata a non negare l’accaduto quindi non ho lavorato, sono stata a letto per due giorni , ho pianto e provato rabbia per l’indifferenza di alcuni parenti che sminuivano l’accaduto. Ho dovuto far i conti con i miei sensi di colpa per non aver inizialmente desiderato quella gravidanza, per non essere stata in grado di avere uno spazio mentale per quel bambino e per non essere stata in grado di portare la vita. Mi sono trovata una freddezza ospedaliera e non solo che va raccontata affinchè si possa fare qualcosa anche per quelle donne che vivono gli aborti. Per non parlare poi di quelli che ti dicono che devi subito provare a fare un altro figlio, come se quella morte non fosse mai accaduta… Bisogna soffermarsi su quel dolore e bisogna educare le istituzioni , la società e il personale ospedaliero ad essere in grado di gestire l’aborto (in qualsiasi settimana di gestazione avvenga) anche dal punto di vista psicologico. Non dobbiamo sentire l’assenza, ma il sostegno! Ho voluto regalarvi un momento della mia vita perché voglio far capire a chi ha vissuto o a chi vive un’esperienza come questa di non negare le emozioni che provate. Sto lavorando ad un progetto proprio in virtù di questa situazione di indifferenza e di negazione del lutto da aborto e del lutto perinatale e lotterò con tutte le mie forze per cercare di dare senso a quello che è a tutti gli effetti un lutto.

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