L’elaborazione del lutto a seguito di un aborto spontaneo

Oggi vorrei condividere con voi una mia esperienza personale. Non è semplice parlarne perché il dolore è ancora vivo e mi lascio travolgere dalle lacrime, ma credo sia fondamentale lasciare traccia di questa mia esperienza perché vorrei tendere una mano verso chi questo dolore non può esprimerlo per colpa della società e di alcuni stereotipi sulla questione.
A dicembre del 2014 ho scoperto di aspettare un secondo bambino… Alessandro aveva appena 14 mesi e la mia reazione iniziale non è stata molto positiva. Avevo paura di non riuscire a dare a livello emotivo tutto quello che un bambino necessita perché Alessandro era ancora piccolo e bisognoso di attenzioni.
Ad ogni modo nonostante una iniziale crisi alla fine ero contenta e da lì abbiamo cominciato a fantasticare sul sesso(eravamo convinti fosse una femmina) sui vestiti, sul nome, sulla mia pancia etc…
Decisi di farmi seguire da un ginecologo e così cominciammo le nostre visite… Andava tutto bene, aspettavamo di fare la visita di febbraio per poi andare a Roma per fare il Preantal Safe. Provavo a chiamare la segretaria del mio ginecologo per prendere un appuntamento, ma non mi rispondeva da due giorni. A quel punto decisi di cambiare ginecologo, non mi sentivo sicura al 100% del medico che mi seguiva. Prendo appuntamento per una visita. Avevo programmato la visita nella seconda settimana di Febbraio di modo che era tutto pronto per andare a Roma. Da lì succede qualcosa di imprevisto. Il martedì mattina avevo delle piccole macchie di sangue , ma non ne ero preoccupata. Provo a chiamare il ginecologo che mi aveva seguito fino ad allora, ma nulla. Non risponde al telefono, richiamo, ma nulla. A quel punto chiamo il ginecologo che mi avrebbe seguita da lì a qualche giorno. Mi dice di controllare la quantità e il colore delle macchie e se fossero aumentate di richiamarlo per anticipare la visita. Il tutto prosegue in modo molto tranquillo. Andiamo a letto e verso le 3.00 di mattina vado in bagno e scopro che quelle macchie si erano trasformate in emorragia. La corsa in ospedale, i miei pianti, i dolori, l’impotenza, la solitudine, ma anche un filo di speranza…
Mi hanno visitata, ma purtroppo l’avevamo perso… Mio marito aveva voglia di esserci, ma non gli è stato consentito, fu letteralmente cacciato dal personale ospedaliero. Mi sembra assurdo che oggi si parla in continuazione dell’importanza della figura paterna e sia per i momenti felici di nascita di un figlio che per quelli di perdita non sia data la possibilità di condividere insieme quel dolore o la felicità della nascita. Ma che regole obsolete… Mi sembra assurdo!!! C’è una negazione del dolore da parte delle istituzioni. Io stessa inserita in quel contesto ho pensato di trovarmi in un posto così lontano dalla mia persona che mi sembrava di vivere un incubo.
Nel momento prima dello svuotamento/raschiamento nei corridoi dell’ospedale ho pianto. Quel pianto sembrava assurdo per il ginecologo che mi aveva appena visitata e in modo molto tecnico mi aveva detto cosa sarebbe accaduto…Per non parlare della visita prima delle dimissioni…
Si può negare un evento come questo? Si può isolare una persona che ha appena saputo che non diventerà mamma per la seconda volta? Ancora oggi sono terribilmente arrabbiata perché questo non deve accadere…Si può abortire come me quasi alla fine della 12 settimana oppure anche prima o dopo; non importa quando e con che modalità perché è sempre una perdita e come tale ha bisogno di essere elaborata nel giusto modo. Se la società nega questo tipo di dolore non è semplice per chi lo vive poter esprimere quello che sente. Sono una psicoterapeuta e qualche strumento in più Continua a leggere L’elaborazione del lutto a seguito di un aborto spontaneo

Separazione con figli…

La separazione è soprattutto un evento familiare dove l’elemento più fragile è rappresentato dai figli.
Il processo di separazione diventa molto problematico in presenza di figli e a volte i traumi sono conseguenti ad una cattiva gestione del processo separazione-divorzio.
Andiamo per ordine e vediamo le diverse modalità di separazione. In Italia abbiamo due possibili forme di separazione: la separazione consensuale e la separazione giudiziale. Nella separazione consensuale gli accordi, anche e soprattutto quelli inserenti i figli, sono presi dalle parti. La separazione giudiziale invece è caratterizzata da un alto grado di conflittualità ed è il giudice che decide l’affidamento dei figli in base all’interesse dei minori stessi. In questo caso viene delegato il ruolo genitoriale al giudice.
In casi molto difficili in cui i bambini diventano armi nel conflitto tra adulti il giudice può disporre del C.T.U. (Consulente tecnico di ufficio) che nella relazione esprime il suo parere, appunto tecnico, dopo aver valutato chi tra i due genitori ha una situazione ambientale e relazionale che privilegia il minore.
Nella maggior parte dei casi il minore sarà affidato alla mamma anche perché la letteratura psicologica ritiene importantissimo per un sano sviluppo emotivo Continua a leggere Separazione con figli…

“Il Cigno Nero” tra anoressia mentale e psicosi

Quando parlo di psicopatologie non è sempre facile spiegare i meccanismi che caratterizzano una patologia anziché un’altra quindi ho pensato che attraverso la visione di qualche film sarà più semplice avvicinare tutti voi a questioni inerenti la clinica. Quando parlerò di depressione attraverso quattro film (The Hours, Mr Beaver, A proposito di Schmidt, Revolutionary Road) sarà anche un modo per avvicinare tutti voi a questo tema che fa tanta paura.
Oggi vi parlo de “ Il Cigno Nero” di Darren Aronofsky con Natalie Portman e Vincent Cassel. Il titolo aveva incuriosito la maggior parte degli amanti della danza. In realtà la gente si ritrovò un film completamente diverso perché il film ben si presta alla psicopatologia.
Prima dei miei commenti psicologici vi illustro la trama.
Nina, interpretata da Natalie Portman, interpreta una ballerina Americana che vuole diventare protagonista del balletto “Il lago dei cigni” di Cajkovskij. Il coreografo, interpretato da Vincent Cassel deve assegnare ad un’unica ballerina sia il ruolo del cigno bianco che quello del cigno nero. Nina a detta del coreografo è perfetta nel ruolo del cigno bianco, ma non la vede in linea per l’interpretazione del cigno nero.
Già durante le prime battute del film si presenta Lily, una ballerina che sembra perfetta per l’interpretazione del cigno nero. Nel momento in cui le viene assegnata la parte in Nina comincerà a scatenarsi un mondo sconosciuto che la porterà ad uno scompenso psicologico molto importante.
Il film è pieno di aspetti psicopatologici e l’ho scelto proprio perché posso affrontare alcune tematiche. Adesso mi soffermo solo in modo generale, ma nei prossimi articoli vi scriverò in modo dettagliato dei disturbi alimentari, dell’autolesionismo e della psicosi e lo farò attraverso alcune scene del film.
Ciò che da subito si evidenzia nel film è il rapporto di Nina con la madre. È facilmente intuibile che la madre ha intrappolato Nina in un limbo e così non le consente di crescere e di evolversi.
La mamma, ex ballerina, inizialmente sembra molto comprensiva, ma quando la figlia riceve la parte da protagonista esce fuori un lato oscuro. Abbiamo il lato benevolo dove riporta le sue speranze professionali sulla figlia e il lato oscuro che spera che la figlia fallisca professionalmente (come già accaduto a lei quando lasciò la compagnia di ballo perché incinta di Nina). In questo rapporto si evidenziano quelle che eziologicamente sono le basi dell’anoressia mentale. Il rapporto con il cibo è il rapporto con gli altri ed è attraverso il cibo che si struttura il primo rapporto diadico. Fino allo svezzamento mamma e figlia/o sono la stessa cosa, non c’è separazione. Nell’anoressia mentale questa separazione non è avvenuta e di conseguenza non ci sarà individuazione come adulto separato dalla madre.
Il mio prossimo articolo sarà rivolto proprio all’importanza dello svezzamento. Torniamo a noi e vediamo che nell’anoressia il corpo viene trattato come feticcio. C’è una negazione del corpo; una scissione netta tra mente e corpo ed è per questo che l’anoressica non sente il suo corpo. In Nina c’è un’iperattività maniacale con evidente negazione delle proprie condizioni fisiche. Un altro tema caldo dell’anoressia è proprio quello della negazione della femminilità. Nina appare come una bambina che non ha nessun tipo di bisogno. Nell’anoressia, secondo Freud, c’è una perdita della libido, intesa come spinta alla vita.
I bisogni di Nina non sembrano comparire, sono nascosti e ben controllati fino a divenire man mano dirompenti.
Non riesce bene nella parte del cigno nero proprio perché i suoi bisogni sono controllati: non c’è sensualità e aggressività. Ricerca la perfezione, ma è una perfezione controllata; non si sentono le emozioni. Durante il film però quello che teneva a bada comincia a prevalere.
Nina, comincia a manifestare allucinazioni e queste le servono per proiettare esternamente ciò che non tollera di se stessa. Questi episodi allucinatori si acutizzano quando entra in scena il suo alter ego, Lily. Attraverso Lily proietterà i suoi desideri sessuali e aggressivi. Dopo l’assunzione dell’acido Nina ha il vero scompenso, quelle che erano allucinazioni appena accennate diventano sempre più intense tanto da prendere il sopravvento sulla realtà. Lily che rappresenta l’oggetto persecutorio di Nina la rappresentazione del cigno nero, il doppio del cigno bianco, era da Nina temuto fino a portarla a commettere un omicidio (non reale)/suicidio. Infatti in quello che sembra un omicidio si vede l’ennesima proiezione e scissione che la porterà a vivere finalmente senza controllo. Thanatos trionfa su Eros e Nina può finalmente essere libera di poter interpretare nei migliori dei modi il cigno nero. Verso la fine del film la protagonista si rende conto che la sua lotta con Lily non era stata reale, ma lì, come per la mamma che ormai troppo tardi si è resa conto della problematica della figlia, anche per lei è troppo tardi. Nina come il cigno bianco avranno in comune la stessa fine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Depressione Post-Partum

Ogni volta che ne ho al possibilità cerco di sensibilizzare la gente rispetto all’argomento Depressione post-partum.
Purtroppo se ne parla pochissimo e questo silenzio alimenta la sofferenza della persona che ne soffre con conseguenze dolorose e difficili da gestire e che possono portare ad un quadro più grave.
Avere un figlio è sicuramente l’esperienza più bella e profonda per una donna anche se i cambiamenti conseguenti sia alla coppia che ai singoli individui sono abbastanza rilevanti. Capita però che la nascita di un bambino non sia sempre accompagnata da gioia e felicità e questo sentimento mette a dura prova la mamma nei primi mesi di vita del bambino.
Innanzitutto bisogna dire che questo è uno dei tanti argomenti tabù. Non se ne parla in modo esauriente nemmeno ai corsi di preparazione al parto e quando una neomamma soffre di depressione post- partum non c’è accoglienza da parte di famigliari ed istituzioni perché è opinione comune che l’unico è solo sentimento da provare è la felicità.
Spesso assistiamo a casi di infanticidio che forse si sarebbero evitati se solo quella mamma avesse ricevuto una giusta accoglienza rispetto al suo disturbo da parte di marito e parenti prossimi .
Se non si riesce a dare a quella mamma la possibilità di poter esprimere quelle emozioni negative senza farla sentire in colpa o senza farla sentire una cattiva mamma le negheremo la possibilità di essere una mamma completa. Ovviamente se dovesse verificarsi un caso di depressione post-partum l’accoglienza di marito e famigliari non è sufficiente per curarla, ma è il primo passo verso la ricerca di specialisti idonei.
Entro nello specifico dell’argomento e lo faccio distinguendo la maternity o baby blues e la depressione post-partum.
La maternity o baby blues può essere spiegata attraverso variazioni umorali repentine con frequenti crisi di pianto e sensazioni di disagio alternati anche a momenti di benessere. Dopo il parto nella fase di normalizzazione Continua a leggere Depressione Post-Partum

Terrorismo

Nel 2004 ho conseguito la laurea quinquennale in Psicologia e la mia tesi aveva come titolo “ L’ingresso della donna nelle istituzioni militari: tra omeostasi e cambiamento”. In questi giorni proprio in virtù degli accaduti in Francia ho sentito il desiderio di rivedere alcune cose per cercare insieme una riflessione.
Vorrei iniziare dal monito che un allievo del secondo anno di un “Accademia Militare” rivolge ad un allievo del primo anno in occasione della cerimonia del giuramento: “…se fu amore di Patria, di nostra continua lotta, del nostro popolo cui tu darai il segreto del vincere e la calma fierezza del morire; se fu passione di mostrine, di alamari, di fiamme rosse, cremisi, verdi o azzurri; se fu fremito naturale del sangue, antica promessa alla tua giovinezza nascente…
ALLORA GIURA!
E poi lotteremo insieme e sarai mio fratello”.
La metafora della MADRE-PATRIA secondo Fornari richiama al territorio dove si fanno i figli. “il fantasma della madre entra dunque nelle istituzioni sociali: la difesa della MADRE-PATRIA non è solo difesa dal nemico, ma anche un modo per «mettere dentro» il nemico, il senso di colpa infantile prodotto dal timore di aver distrutto la propria madre”. In questo modo si esporta la propria aggressività, si ha un nemico da uccidere e si ricevono anche delle medaglie(Fornari, 1978).
La relazione soldato-madre patria richiama la relazione madre-bambino Continua a leggere Terrorismo

I meccanismi psicologici nella dipendenza dal gioco

Con il termine “gioco d’azzardo patologico” si intende il desiderio compulsivo di giocare scommettendo soldi. Nel “gioco d’azzardo patologico” rientrano non solo i giochi che si possono fare nei casinò, ma anche tutti quei giochi finanziati direttamente dallo Stato. Già è proprio qui troviamo un grande paradosso. In Italia la legge sui casinò è molto restrittiva, infatti i casinò italiani sono solo quattro e due tra questi sono geograficamente ubicati ai confini del Paese. Lo Stato però accetta e finanzia alcuni giochi e per raggirare le sue stesse restrizioni li definisce giochi di abilità. In realtà non cambia nulla quando si parla di “gioco d’azzardo patologico” in quanto ci si riferisce a tutte quelle situazioni in cui c’è la possibilità di scommettere soldi e le possibilità di vincita sono quasi nulle. Purtroppo anche i giochi di abilità come il poker o i gratta e vinci etc possiedono la connotazione appena menzionata. Come succede nell’uso di sostanze stupefacenti o nella dipendenza da alcool anche nella “ludopatia” è presente un comportamento compulsivo che porta a giocare Continua a leggere I meccanismi psicologici nella dipendenza dal gioco

Pillole di psicosomatica

Il discorso sulla psicosomatica è molto vasto e abbastanza ambiguo perché ci sono una moltitudine di approcci.

Spesso si confonde il paziente psicosomatico con il paziente ipocondriaco, ma ci sono delle differenze importanti. In un soggetto psicosomatico a differenza di un ipocondriaco ci sono dei sintomi oggettivi. Nell’ipocondriaco c’è una grande concentrazione sul corpo con una paura di avere una malattia, ma la malattia non c’è, c’è la paura di star male, ma senza dolore fisico invece nel soggetto psicosomatico il dolore si sente davvero.

La maggior parte degli psicosomatisti considerano le somatizzazioni degli aspetti emotivi che non sono arrivati alla coscienza e per questo motivo non possono avere un significato simbolico.

Abbiamo vari modelli teorici di riferimento. Ve ne elenco solo due e cioè:

Il Modello psicosomatico è quello più seguito. Riconosce che tutte le manifestazioni corporee hanno un origine mentale. Le malattie psicosomatiche sono caratterizzate da sintomi causati da fattori emotivi che coinvolgono un solo sistema organico generalmente correlato al sistema nervoso vegetativo. Le manifestazioni fisiologiche sono più intense e continuative rispetto agli stati emotivi. È possibile che il paziente non sia consapevole del suo stato emotivo.

Modello Bio- Psico- Sociale a cui ci ha avvicinati Winnicott ed era molto in auge negli anni ’60. Secondo il suddetto modello le nostre patologie derivano da questi tre fattori. Si passa da un modello biomedico, basato sulla visione della malattia come una deviazione rispetto alla norma biologica, al modello appunto biopsicosociale che tiene conto di fattori biologici, psicologici e sociali nella valutazione dello stato di salute.
Winnicott come accennato ha dato molto alla medicina psicosomatica e in questa varietà di modelli ha colto una caratteristica fondamentale, la personalizzazione opposto alla depersonalizzazione.
L’elemento unificante delle malattie psicosomatiche infatti è la scissione, scissione mente-corpo, scissione degli elementi aggressivi rispetto a quelli libidici ecc..
Infatti il trattino psico-somatica ci indica la scissione e la necessità di unificare il corpo con la mente.
Quando si parla di malattia psicosomatica non si può prescindere da un importante costrutto ossia quello di alessitimia che è l’incapacità di dare parola alle emozioni.
Questo costrutto è stato scoperto negli anni ’60 dalla scuola francese. Marty in un laboratorio di psicosomatica scoprì insieme ai suoi collaboratori che i pazienti psicosomatici avevano in comune l’incapacità del pensiero simbolico. Il loro stile di pensiero era concreto. Da qui il concetto di Pensiero Operativo. Questi pazienti non avevano capacità di astrazione e non sapevano fare ricorso a un linguaggio simbolico. Il loro era appunto un linguaggio concreto.
Pochi anni dopo, negli anni ’70 due autori americani hanno fatto le stesse osservazioni senza sapere niente della scuola francese perché le ricerche all’epoca rimanevano confinate nell’area di appartenenza e avevano scoperto che i pazienti psicosomatici avevano come caratteristica comune l’alessitimia cioè non erano capaci di riconoscere e dare parola alle loro emozioni.
Nel paziente psicosomatico c’è una mancanza di mentalizzazione quindi come per il paziente alessitimico il pensiero è operatorio concreto, manca l’aspetto simbolico e quindi si esprime più sul corpo che attraverso le fantasie e il pensiero.
Il sintomo è visto come l’incapacità ad accedere alle emozioni attraverso il linguaggio; c’è una incapacità di portare alla mente significati profondi dell’individuo.
C’è una mancanza di mentalizzazione, una mancanza simbolica che ha un significato di arresto evolutivo, di un deficit.
L’asse teorico della teoria di Alexander, grande autore che si è occupato di Psicosomatica, è la dipendenza infantile e dice che a seconda di come un individuo è rimasto in una situazione di dipendenza infantile può sviluppare due disturbi:
Uno in cui non ha le capacità di affermare le sue pulsioni di autoaffermazione e quindi di aggressività e ostilità
E l’altra in cui il soggetto sarebbe rimasto in una situazione emotiva di bisogno di cure, di contenimento, di quasi ritiro dalla vita attiva, ma che non accetta queste sue tendenze psicologiche.
Alexander tenta di mettere queste due situazioni con la fisiologia con gli aspetti biologici prendendo in considerazione il sistema simpatico e il sistema parasimpatico.
Questi due sistemi sono in antagonismo tra loro più che in cooperazione. Il sistema parasimpatico è deputato ai processi anabolici (di riposo di protezione) tanto che funziona di più quando dormiamo.
L’organismo ha bisogno di fare provvista di tutte le cose che poi gli servono per utilizzarle quando arriva il momento della lotta.
Il sistema simpatico presiede ai processi catabolici, ossia ai processi di consumo.
Parte dalla teoria di Cannon ossia che quando l’individuo è attaccato è predisposto alla lotta o alla fuga e queste sono ambedue risposte attive che portano all’attivazione del sistema simpatico. Questa attivazione porta a una serie di conseguenze organiche ossia il sangue viene tolto da alcuni distretti corporei per esempio dallo stomaco o dalla milza per essere poi trasferito ad altri distretti ossia i muscoli e ciò servirà a farci correre. Ovviamente nell’attivazione del parasimpatico sono mobilitate altre funzioni dell’organismo per esempio quello della secrezione si sostanze dello stomaco che servono a digerire.
L’asse portante della teoria di Alexander è quello della dipendenza infantile.
In uno stato di dipendenza infantile il bambino si vive in uno stato di inferiorità e questo non essendo sopportato lo porta a vivere una protesta narcisistica e ciò porta a un sovracompenso che porta a uno sforzo quindi a una aggressività competitiva che comporta ansia/colpevolezza e di nuovo situazione infantile.
Abbiamo quindi due categorie di soggetti:
1) soggetti in cui in riferimento alla pulsione prevalente in situazioni di stress di difficoltà in cui il soggetto non ce la fa anche se vorrebbe avere un comportamento adulto, ma che non ce la fa perché nel suo inconscio c’è il bambino con un senso di inferiorità che ha paura e quindi in situazioni di difficoltà ha una ritirata vegetativa e si rifugia nella necessità di essere accudito, di essere curato anche se non accetta questo suo stato.
Se c’è questo blocco ad accettare questo suo stato orale di passività mette in funzione cronicamente il sistema parasimpatico.
Mettendo in funzione cronicamente il sistema parasimpatico avremo varie malattie per esempio l’ulcera gastrica. Se l’attivazione del parasimpatico non fosse cronica e si accettasse la ritirata vegetativa e se non arrivasse più a sentire il senso di inferiorità non ci sarebbe più la situazione cronica. La cronicità porta a un gruppo di malattie:
Ulcera gastrica
Diarrea
Colite
Fatica cronica
Malattie della pelle
Questo gruppo di malattie appartengono a soggetti che hanno arrestato cronicamente il sistema parasimpatico che iperfunzionando ha portato a una serie di conseguenze.
2) Mentre pazienti che sono più orientati alla fuga e alla lotta ma che si sentono in colpa per l’aggressività e per l’ostilità bloccheranno il sistema simpatico. Blocco sta per attivazione cronica, infatti secondo Cannon quando un individuo attiva una situazione di allerta o lotta o fugge e una volta che ha espresso l’azione rientra il funzionamento biologico equilibrato. Invece se si sta in una situazione in cui si vorrebbe ma non si può il nostro organismo è in tensione e produce una serie di sostanze.
Se l’aggressività e l’ostilità non verranno espresse all’esterno ci sarà un blocco alla lotta e alla fuga e questo porterà a un’altra serie di malattie come:
Ipertensione
Emicrania
Ipertiroidismo
Artrite
Ogni individuo costruisce il proprio sintomo. C’è una costruzione individuale del sintomo.
L’originalità di Alexander è di aver tentato di mettere insieme la psicologia con la fisiologia e parte dalla teoria di Cannon che dice che l’individuo per l’adattamento per l’omeostasi quando ha un forte stress o ha una reazione di attacco o di fuga o mette in moto la ritirata vegetativa. Queste due reazioni fondamentali degli individui, ma anche degli animali, fanno riferimento ad attivazioni fisiologiche di un certo tipo. Se l’organismo è pronto all’attacco o alla fuga attiverà il sistema simpatico, che attiva l’adrenalina, mette in circolo più sangue, fa aumentare i battiti cardiaci; se c’è la ritirata vegetativa si metterà in funzione il parasimpatico che non è deputato al movimento. Alexander dice che in situazioni di cronicizzazione del sistema simpatico o del sistema parasimpatico l’individuo va incontro a possibili disordini colleganti al sistema attivante che portano alla malattia. Diventa così un attitudine della persona a cronicizzare il blocco dell’ostilità ad avere un atteggiamento pronto a difendersi senza esprimere l’attacco e ciò comporta dal punto di vista fisiologico l’attivazione del sistema simpatico e a livello psicologico uno stato di tensione e una rabbia repressa che può sfociare in sintomi organici come malattie vascolari, reumatiche, a problemi muscolari, ipertensione, malattie tiroidee. Mentre chi tende a cronicizzare il funzionamento del parasimpatico e ad aspettarsi un comportamento di protezione, di cura è più tendente alla fase orale.

 

Violenza sulle donne. Considerazioni psicologiche sulla violenza di genere…

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Vorrei partire da questa splendida frase di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne “il Gattopardo” per riferirmi ai grandi mutamenti storici avvenuti negli ultimi 100 anni e aventi come protagonista la donna. La donna ad oggi ha parità dei diritti di opportunità e di indipendenza economica, ha il diritto di voto, parità professionale etc..
Ma secondo voi le cose stanno veramente cosi?
Per esempio dopo alcuni anni in cui alla donna non è stato consentito l’ingresso in alcune organizzazioni lavorative per via degli stereotipi sessuali che la vedevano come madre, come casalinga e comunque anche se lavoratrice ad occupare ruoli che non mettessero a repentaglio la sua immagine, ecco che arrivano alcune leggi che le consentono l’ascesa verso determinate professioni. Quindi tutto ciò avviene perché ci sono delle leggi e quindi un adempimento e non perché c’è stato un cambiamento della cultura del contesto.
La divisione tra maschile e femminile secondo la professoressa Francescato (1988) è un’invenzione culturale che ha retto il mondo e le regole sociali per secoli tanto da far apparire naturale e voluta da Dio.
Questa divisione tra femminile e maschile ha legittimato il potere di quest’ultimo relegando alla donna un ruolo subalterno. Questo potere ha assegnato nel corso dei secoli un dislivello che ha posto in “alto” l’uomo e in “basso” la donna.
“Alto” e “basso” secondo Carli (2002) indicano il potere dell’uno sull’altro, un potere senza comunicazione interattiva, senza confronto e senza competenza. “si tratta di un potere senza competenza, quindi fissato definitivamente, segnato dalla nascita, dal censo, dall’importanza sociale, dalle convenzioni, dalla cultura”.
Il potere dell’uomo sulla donna segnato dalla cultura che ha fatto sembrare naturale questa divisione in base al sesso è un potere non fondato sulla competenza, è il potere di differenziare tra individui (lo ritroviamo anche nel razzismo). Questa differenza di genere ha attribuito dei ruoli specifici ai differenti sessi dando potere all’uomo e costringendo la donna alla sottomissione. Ciò ha portato alla pretesa di poter ottenere dipendenza dalla donna. È sempre il potere senza competenza, il potere dell’uno sull’altro che porta al possesso…
Sembra che questa violenza, anche rispetto a ciò che ho esposto finora sia quasi legittima…
Ecco perché le leggi, assolutamente fondamentali non sono però sufficienti a risolvere un problema che è culturale e allo stesso tempo nasce dal rapporto diadico quindi materno…
Da un punto di vista psicoanalitico le radici di questa violenza si ricercano “nella vendetta per la dipendenza infantile dalla madre”, “nell’ esclusione edipica” e nelle “ferite narcisistiche”.
Quando si sopprime moglie o fidanzata il soggetto vive ancora una dimensione fusionale e per questo motivo non tollera l’eventuale interruzione (reale o presunta) perché ciò lo metterebbe di fronte alla cruda realtà di non essere onnipotente. Questa fusione garantiva una stabilità narcisistica di non separazione dal rapporto duale e in questa maniera l’oggetto rimaneva idealizzato e rimaneva quindi la dipendenza infantile.
Quando la moglie o la fidanzata interrompe questa fusione si attiva questa forte violenza , anche eccessiva che serve a rassicurarlo circa la sua superiorità nei confronti di moglie o fidanzata. Superiorità fittizia perché in realtà il soggetto è fortemente dipendente dalla vittima.
Da un punto di vista della teoria dell’attaccamento di Bowlby è stato evidenziato anche il ruolo della vittima nella perpetuazione della violenza. La vittima infatti ha difficoltà ad abbandonare la relazione abusante; sembrerebbe che la vittima reagiscono alla separazione con ansia e dipendenza e questo rende difficile uscire da situazioni di questo genere.
È importante che una mamma aiuti il figlio nel processo di separazione-individuazione perché se ciò non avviene avremo dei futuri figli problematici (non solo problemi legati a violenza sulle donne, ma anche tossicodipendenza, gioco d’azzardo patologico, perversioni, problemi legati a disturbi alimentari etc).
Ovviamente il discorso è molto più ampio, infatti avrei voluto parlare e scrivere oltre che di violenza fisica anche di violenza psicologica, sessuale ed economica e di stalking! Prossimamente avrò modo di condividere quest’argomento con voi.

Considerazioni psicologiche sulla menopausa

Oggi, rispetto a ieri, il matrimonio e la maternità non sono più connesse ad un destino biologico che coincide con la prima mestruazione, ma rappresentano scelte consapevoli in donne che hanno una storia, una professione, degli obiettivi, delle passioni etc e che non si esauriscono, come avveniva in passato a svolgere gli unici ruoli di madre e moglie. In questo contesto, così come il matrimonio e la maternità non sono più legate ad alcun destino biologico che coincide con la prima mestruazione, anche la menopausa non può più essere considerata la fine della sessualità.
Anche se la menopausa è una fase biologicamente determinata quando arriva diventa una fase permeata da forti angosce.
Sembra che la donna debba fare un ulteriore processo di elaborazione di lutto per ridefinire la propria identità e in questa accezione il vissuto frequente è appunto quello depressivo che si accompagna alla sensazione di non sentirsi più “donna”.
Molte donne vivono la menopausa come la morte di un loro aspetto importante dell’ identità femminile e purtroppo culturalmente e soprattutto per molti uomini significa far entrare ufficialmente la donna nella temuta vecchiaia.
Per affrontare la menopausa nel modo più giusto bisognerebbe far risaltare gli aspetti di cambiamento e quindi di nuove opportunità e non solo quelli associati alla perdita.
Lacan dice che la donna è vera quando non si confonde con la madre (intendendo per madre non solo la madre di origine, ma anche il suo essere madre). Se la donna fa del suo essere madre e moglie le uniche e sole ragioni di vita “avremo donne votate ad una maternità totalizzante che paralizza gli stessi figli in rapporti dipendenti con conseguenze estreme dal punto di vista psicopatologico”. Purtroppo in questa accezione la donna non riuscirà a trovare altre possibili assunzioni della sua posizione femminile e conseguentemente la menopausa (e non solo) verranno vissute come la fine di qualcosa e non come inizio di qualcos’altro e come una nuova opportunità. È proprio in quanto appena esposto che ritroviamo anche il meccanismo difensivo della negazione della vecchiaia e della giovinezza a tutti i costi tramite la chirurgia estetica.
Credo sia fondamentale dire che per poter vivere serenamente la menopausa bisognerebbe rendere le proprie figlie “libere” dagli incastri culturali che rendono la donna schiava di stereotipi e quindi di pregiudizi.
Mamme, insegnate alle vostre figlie la libertà dai vari clichè che le incastrano nei solo ruoli di mamme e mogli soprattutto in giovane età… Se vogliamo vivere la menopausa anche in modo più sano e non vederlo solo come declino dovremmo credere e perseguire anche altro nella nostra vita e non incastrarci nei solo ruoli o di madre e moglie o solo professionista o altro…